28 12 2013 Sibillini, canale segreto. Rischiare.

Non ho niente da perdere. Lo ripeto dentro me stesso in maniera martellante e convulsiva. tanto non hai niente da perdere. questo mi tranquillizza. Ricordarmi di essere inutile, assolutamente non necessario e che la mia vita non conta più di quella di un qualsiasi verme in terra. 
Il più delle volte è frustrante e brutto e ripugnante essere me, ma se riesco a dare il peso reale alle cose sto meglio, mi sento pronto a rischiare un po’ e a vivere sereno.

E’ da un sacco che ho in mente questa discesa. Difficile da trovare in condizioni buone, una calamita di valanghe e anche bella ripida. Quando arrivo sul Pian Perduto e parcheggio la macchina sento un po’ di quel misto di agitazione ed eccitazione che mi prende sempre in questi casi, quando faccio qualcosa che per me è importante. Attraverso la pianura che come al solito non finisce mai ,poi finalmente posso indossare gli sci. Sui Sibillini lo spazio non conta. Vedi una roccia minuscola e pensi che ci arriverai in dieci minuti. Quando un’ora dopo è poco più grande e ti sembra di essere ancora fermo capisci che non tutto è come sembra. I Sibillini ti ridimensionano, ti costringono ad essere umile. Il vento soffia freddo, sono in maniche corte. Il sole mi apre le labbra: sono disidratato e ho finito l’acqua. Prendo una manata di neve e mela caccio in bocca. La sete non passa, ma la gola è un po’ meno arsa. Dopo la prima parte scorrevole sono costretto a salire con la picca e i ramponi,sci nello zaino. Quando mi fermo un attimo e lo sguardo mi cade fra le gambe capisco quanto è ripido. 
Poi sento un boato sotto i piedi, come un implosione. Mi dico che sono veramente disidratato, che in realtà non ho sentito niente e continuo. 
Vado avanti strascinando metro dopo metro con la picca. Il ginocchio oramai è già sputtanato, ci carico sopra di peso, sono nella realtà della fatica dove sto bene e faccio come se non esistesse. Odio il mio corpo, voglio dire, ognuno ha un corpo da portarsi appresso, ma il mio continua a rompersi e infiammarsi e logorarsi, fanculo! 
Continuo a salire, oramai sono quasi in cima, poi di nuovo un boato,come prima, solo più forte. Non sembra una valanga, ma a pur essendo a dieci metri dalla cima decido che è arrivato il momento di girarsi scendere, (scoprirò poi che era stato un terremoto a provocare quel rumore sordo, di assestamento del terreno). 

Rischiare. E’ impossibile eliminare i rischi dell’andare in montagna, anche se la nostra specie continua a provarci. Costruendo, distruggendo e spianando, cercando di far diventare le montagne dei parchi gioco per cittadini. Quando guardo giù, con le punte degli sci sospese per l’inizio della discesa capisco perché si rischia. Non ho Artva, e se viene giù una valanga tanti saluti a tutti. Sono sempre solo, e nessuno verrà mai a cercarmi se mi faccio male. O così o non si va, e non mi piace vivere la vita aspettando le persone, è già troppo corta. Non dico mai dove vado, perché non voglio far preoccupare i miei. Se deve succedere qualcosa mi piacerebbe essere dimenticato in fretta, e non lasciare tracce. Mi assumo il rischio perché così sono felice. Forse c’è qualcosa di sbagliato in me, forse. Anche se quando vedo le persone imbruttite dalla televisione, dalla musica inoffensiva e dalla vita regolare penso sempre che comunque vada sarà stato meglio non aver lasciato corrodere tutto dalla mediocrità. Guardo giù,tiro un respiro e inizio a scendere. 

All’inizio non puoi proprio cadere. Devi riuscire a rimanere in piedi, essere perfetto,non sbagliare nulla. Sono concentrato e dalla bocca non mi esce alcun suono. Destra,sinistra,destra sinistra. Continuo a scendere sul canale fino a dove si apre, fino dove non c’è più rischio. Inizio a urlare, è andata. Tiro dei curvoni enormi veloci e quando mi fermo scendono per un paio di minuti buoni delle palline di ghiaccio che si sono staccate dal canale. Mi godo le ultime curve e in pochissimo tempo sto di nuovo camminando sulla pianura fangosa con gli sci legati nello zaino. Il sole mi brucia e il vento mi bastona un altro po’. Ho i piedi massacrati, quindi tolgo gli scarponi e arrivo scalzo fino in macchina. 
Prima di rimettermi alla guida rimango un paio di secondi a guardare la linea che ho sceso e scoppio a ridere. Per un po’ dimentico tutto: i miei pensieri, il ginocchio dolorante che mi farà salire le scale con i lacrimoni agli occhi, le mie preoccupazioni. Rido.

Rischiare non significa niente. Esiste solo la differenza fra vivere e morire. Fra i coglioni che esagerano perché vanno oltre e quelli che riportano la pelle a casa. Fra quelli che chiamano gli insuccessi sfortuna e quelli che se ne assumono le responsabilità. 
Rischiare è solo un’idea idiota per farsi belli con gli altri. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.