traversata Torbole Trento

“com’è che ti ho aspettato tutta notte sulle scale,
la devo smetter di rigare dritto
anche il sabato mattina”
Riviera

Mi sveglio alle cinque. in silenzio mi spoglio. t-shirt, gilet, piumino. infilo la lampada frontale in testa, sopra il berretto. gesti già eseguiti milioni di altre volte, solo che ogni volta sembra la prima. Ogni volta in cui mi chiedo cosa sto facendo. succedeva prima delle gare, succede ora. è una cosa che so di adorare anche se sul momento non mi piace. anche se il mio fisico non mi sta dietro e continua a dirmi di smettere io non gli ho mai dato troppo retta. ho sempre provato ad allenarmi il più possibile, cercando di non perdere la calma: prima o poi tornerò contino a ripetermi. Forse semplicemente non conosco altri modi di decomprimere i miei traumi emotivi se non con la fatica. ricordo bene il giorno prima della trans d’havet a contare le barrette per la gara come se avessi avuto una minima idea di arrivare in fondo. ricordo di aver pensato all’acqua, al cambio di vestiti per quando sarebbe arrivato il giorno. ovviamente mi ritirai dopo venti chilometri, la mia gara iniziò a mezzanotte e finì alle 4 di mattino. Ma devi sempre continuare a prepararti come se fosse il giorno buono mi dico.
ho letto da qualche parte che devi dare il giusto tempo alle cose. ho bevuto i thè più buoni quando non dovevo correre in ufficio o il treno stava per arrivare.
mi sistemo con calma gli sci sullo zaino, infilo le scarpe, butto in macchina tutto quello che non ho nello zaino e parto. Provo ad essere calmo ma sto strippando dalla voglia di partire.
Torbole al buio è bellissima. vedo le lucine sfuocarsi nel lago, salgo in silenzio senza avere la minima idea di dove sto andando. Mi ritrovo sopra la falesia di Belvedere, con la frontale che illumina il buio di un vuoto profondo. non so neppure come ci sono arrivato, ma ho cannato strada e devo perdere mezz’ora tornando indietro e ripartendo dalla base del sentiero.
Poi arriva il giorno, sono nel bosco e cammino verso passo S.Barbara. Forzo il passo, ho sci e scarponi sulla schiena e decido che quando sarò a quota 1500 mi fermerò per bere uno dei succhi di frutta che ho portato e mangiare un pacchetto di crackers (ne ho 5 con me, due litri d’acqua e una barretta di cioccolato, ramponi, una piccozza, una giacca, un kit di emergenza con una scatola di brufen dei cerotti e delle forbici dalla punta arrotondata, guanti e una matita, cellulare e un pacchetto di fazzoletti di carta).
Alla fine riesco a mettere gli sci a quota 1700 metri, mentre punto verso lo Stivo, che è la prima vetta in programma, a 2059 metri. Arrivato in cima tira un vento gelido e costante. Faccio una foto per la mamma, metto gli sci e inizio il viaggio in cresta. Potrei raccontare di tutte le cime che ho fatto, le discese, i passaggi esposti aggrappato alla picca, ma alla fine chissenefrega. chi è interessato me lo chiederà. Mi sta sul cazzo quando ti obbligano a vedere le foto dei parenti sul cellulare. 
Passa il tempo, e inizio a sentire i crampi alle gambe, era da tanto che non sentivo le mie gambe. Poi in lontananza vedo il Cornetto e so che appena li dietro c’è Trento. però sono in piena crisi di fatica. arrivano le allucinazioni ma mi dico fanculo, altri 300 metri di dislivello e mi fermo a bere un sorso d’acqua non prima. non riesco ad andare tranquillo, sono corroso dalla voglia, dal rancore, voglio andare avanti e basta, ho troppe cose per la testa a cui aspettavo di pensare il giorno in cui sarei tornato a fare qualcosa del genere, una cosa da altri tempi, che da anni aspettavo. finalmente un po’ di tempo per me.  saltano fuori tutti assieme i pensieri, e ci penso e sono solo e spingo più forte e non posso farci nulla perché vengo assorbito dal flusso dei pensieri e mi lascio portare dentro più giù, più giù. Il loop della fatica a cui impari a lasciarti andare facendo ultramaratona, un momento di consapevolezza e totale perdita del controllo allo stesso tempo. Quando raggiungo la cima del Cornetto mi siedo in terra. Sono passate 8 ore e mi sembra ne siano passate solo un paio. Mi siedo e chiudo gli occhi e penso a quanta strada ho fatto. A quanto cazzo mi mancava avere la possibilità di tornare a fare un po’ di fatica, dopo le operazioni chirurgiche, dopo aver stroiato tutto con l’unica ragazza di cui mi ero innamorato, dopo tutto il tempo buttato a far cose di cui non mi interessava, dopo Milano, dopo il ginocchio, dopo tutte le cose che terrò per me, dopo un sacco di pensieri dopo dopo perdono intensità come il fiatone che torna respiro normale respiro normale.
Chiudo gli occhi e il sudore mi viene giù dalla fronte e mi brucia gli occhi e il vento mi strappa via dagli occhi delle lacrime, sto cazzo di vento e rimango lì ancora un po’ al fresco della neve al caldo del sole in silenzio e basta e sto bene.
Poi mi rialzo, mangio il penultimo pacchetto di crakers con avidità, che è buonissimo e finisce subito, faccio una foto e telefono a Miki e gli dico che la mia gonnella sta svolazzando sul Cornetto, che è fatta. scendo alle Viotte e risalgo a Vason, ma sono troppo scosso dalla disidratazione per arrivare in cima al Palon e chiudere tutta la traversata, ma ve benone così.

Dopo un po’ meno di 10 ore, 4000 metri di dislivello positivo e 50 km circa arrivo al parcheggio della Montesel, trovo due ragazze che mi portano in autostop fino in stazione a Trento dove ribecco Miki e Franz e prendiamo il bus per il lago, così recupero la macchina e ci becchiamo con Metti a bere un paio di birre.
Non credo rifarò mai più questa traversata scrivo via sms ad un mio amico. Ma non so se sono sincero.

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