Chile trip, parte 1

in mano non mi rimane quasi niente. mi raso la testa come faccio ogni volta. è solo uno stupido placebo, lo so, ma mi fa sentire un po’ meglio. un mucchio di ricordi e parole che il cervello non riesce a lavare via. il senso di stupidità e di malinconia mentre realizzo che il tempo passa e non per tutti allo stesso modo. estate inverno. estate inverno. estate inverno. estate inverno. 4 anni in mezz’ora. raccolgo i pezzi infranti di quello che mi è rimasto e ci faccio un mucchietto. lo accartoccio con un foglio stando ben attento a non rovinarne i bordi e lo infilo in una busta. osservo le immagini ancora una volta prima di rimetterle in un mucchio senza un ordine preciso. le cose importanti per una persona non hanno alcun senso per qualcun altro. niente di tutto ciò ha avuto un senso. sono sempre stato convinto che alle persone manchi solo quando te ne vai. non è vero. ho imparato il distacco. ho capito quanto cazzo di brutto è non aver lasciato nulla a qualcuno. sarebbe bello poter dimenticare. non saprei dare un nome a cosa provo. non è il momento per piangere penso ripetendo la frase del libro di mark twight. Osservo il pacchetto e quello che provo è pieno e intenso e allo stesso tempo non ha peso. non rimane più niente.
Amore e Abbandono. 

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Estate.
Finché ero con Vezza vedevo la mia camera con distacco. Poi quando se ne è andato e ho iniziato a fare i bagagli non riuscivo più a starci dentro. è come se i muri fossero intrisi di ciò che ho provato negli ultimi due anni. Cose che mi appartengono a cui non voglio appartenere. Vecchie cose di cui mi vorrei liberare. troppe ore passate sentendo i miei preoccuparsi per me e allontanandoli sistematicamente con un va tutto bene. 
Inverno, estate.
Butto tutta la mia roba nello zaino da 80 litri e penso che oggi è estate e domani sarà inverno. Parto per il Chile, devo raggiungere l’Argentina per il volo di ritorno.  Ho in piano di tentare un 5400, il Cerro el Plomo. Non so neppure dove dormirò. Ho comprato la guida 5 giorni fa e ancora non l’ho aperta.

Estate, inverno. 

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Mi sveglio e infilo il berretto. Ho dormito 12 ore e ho mal di schiena. Il freddo entra dentro il corpo nell’ostello senza riscaldamento -c’è solo un camino ed è in salotto. Se ripenso all’estate mi chiedo cosa ci faccio qui. La verità è che il freddo mi piace. Aiuta a ripulirmi e a sentire le distanze. Trovarmi in mezzo a gente semi nuda in spiaggia non è un’idea che mi conforterebbe. Forse sono troppo controcorrente o semplicemente sociopatico non lo so. So che un gatto nero entra in stanza ed è una situazione familiare. Lo accarezzo e fa le fusa. 

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Santiago è una città come molte altre. Ci sono le baraccopoli e i palazzoni. Come in ogni altra città il materialismo decide se sei una persona per bene o un miserabile. Negozi per ricchi e negozi per poveri. posti per ricchi e posti per poveri. ristoranti per ricchi e cibo da strada per poveri. Finisco in un quartiere in cui c’è un centro commerciale da cui riesco ad uscire solo dopo due ore, un paio di guanti e un caffè americano. La città è enorme il cielo grigio e la metro più pulita di quella di Milano. Prendo verdure e riso cotte al vapore e vado in balcone a mangiarle. Sono l’unico in braghe corte. Tre ragazzi parlano fumando sigarette, altri due stanno in un angolo stretti stretti. Un ragazzo e una ragazza si stanno lasciando. A lui scorrono lacrime sul viso da sotto la felpa Zoo York. Lei guarda fisso davanti a sé. 

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Mangio e sto zitto e penso. Il mio cervello ha annullato le distanze. Penso alle persone che conosco. Penso al lavoro e automaticamente smetto di farlo. Guardo le persone che passano. “Il sesso è una delle invenzioni più sopravvalutate dopo i calzini e gli ombrelli” ricordo di aver detto a Piff qualche settimana fa. Penso al fatto che se dovessi scegliere un città in Italia dove vivere sarebbe Torino. Penso ad Angela ci penso troppo spesso e penso che forse dovrei farmi curare come aveva detto anche lei l’ultima (unica) volta che ci siamo sentiti, per telefono, mesi fa. Guardo dritto e penso che forse mi piace starmene lontano da tutti migliaia di km perché così non possono dirmi che dovrei smettere di pensare alla ragazza che mi ha scaricato due anni fa. Non possono dirmi che dovrei andare avanti, che dovrei smetterla di stare di merda quando mi capita di andare con qualcun’altra. non possono giudicarmi, rincuorarmi, consigliarmi, dirmi cose dirmi. Mi lascio andare ai pensieri e mi ricordo. quanto era bella. quanto sono stato stupido a perderla. io per te ci sarò sempre penso a quanto sono stato stupido a dare un peso a queste cose mi lascio andare guardo fisso e penso. Arriva lo scuro e il cielo si lascia andare anche lui e a un certo punto sto guardando le montagne che si sono fatte vedere. Mi viene voglia di un gelato credo che lo mangerò.

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Guillermo ripete per la centesima volta che ci sarà parecchio da soffrire. Parla di edema polmonare, metri di neve, neve da sciogliere. Il nostro zaino pesa circa venti/venticinque chili e mentre mi schiaccia col suo peso penso che Guillermo mi ha preso in giro perché risaliamo le piste e mi sento un po’ deficiente a farlo mentre gli sciatori ci sfrecciano vicino. Arriviamo a un plateau e montiamo la tenda. L’alpinismo invernale è uno sport estremamente lento. Scavi una buca, livelli la neve con la pala, monti la tenda, prendi la neve, sciogli la neve, apri il materassino, stendi il sacco a pelo, scaldi altra neve, prepari la zuppa. Svuoti lo zaino e ti cambi, rimonti lo zaino. Quando alla fine vedo le stelle che luccicano sopra le nostre teste di cazzo e i nostri nasi congelati ripenso che dopotutto qui non è così male. 

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Passo una notte in cui dormo pochissimo. Il freddo sale sul materasso dritto nella schiena. Mi alzo ma Guillermo sta ancora sciogliendo la neve per il thè e per la colazione. Dobbiamo mangiare dice. suona autorevole quindi gli do retta. Poi ripartiamo, gli zaini sempre pesanti. Attraversiamo un altro plateau e siamo nella neve alta. è un deserto di vento e neve. Il vento soffia violento e il sole ci brucia la faccia. Siamo a circa quota 4000 e decidiamo di allestire il secondo campo. Siamo soli. Non c’è nessuno, gli sciatori sono un ricordo lontano. Le luci di Santiago sono ancora più lontane. Mi infilo nel sacco a pelo tossendo un po. Mi sveglio dopo qualche ora pensando che il vento strapperà via la tenda con noi dentro. Guillermo è sveglio e dice no sono raffiche ma non più di cento chilometri all’ora. Non capisco se mi prenda per il culo, ma non ci do peso perché comunque il vento fa un rumore tremendo e le nostre voci in confronto sono aliti di cartapesta condensati di aria fredda. Chiudo gli occhi e ricomincio a tossire.

Ripartiamo presto e finalmente iniziamo a salire. Guillermo imposta il suo passo lento e inesorabile. Io non ho ancora staccato il cervello e ogni po’ sbatto la mia testa sulla pala nel retro del suo zaino. Pausa acqua,dice. Le borracce sono congelate, ma fortunatamente non dobbiamo sciogliere la neve col fornello perché ne abbiamo una di riserva nello zaino. Mangiamo qualche caramella e ripartiamo. Ok dice Guillermo, qui possiamo montare il campo. Gli dico dai andiamo ancora un po’ più su. Mi guarda e prima che possa dire qualcosa gli spiego che sto da dio, che voglio salire. Abbiamo il Plomo di fronte a noi e voglio andare su. Dice che è meglio ripartire domattina. Una folata di vento ci sbatte per terra e ci convince in tal senso. 

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La notte ci svegliamo e fa un freddo cane. Parliamo e decidiamo di provare con zaini leggeri, lasciando la tenda montata e materiale dentro. (in realtà sono io a spingere in questa direzione – fanculo all’alpinismo, se sai soffrire non serve portarsi dietro tutta questa robaccia). Guillermo dice ok, ci imbrachiamo e decidiamo la strada di salita. Aprire la traccia è faticoso, ma con gli zaini leggeri va molto meglio. Poi arriviamo al punto chiave. Guillermo sonda la neve e dopo dieci minuti in cui scava e fa tutte le prove dice che traversare è troppo rischioso. siamo a quota 4500 metri. Gli dico di no. Semplicemente di no. Mi mostra la neve e mi mostra come c’è uno strato di neve non solida che significherebbe valanga. fanculo gli dico. fanculo e basta. Vado da solo. Bisticciamo un po’ e alla fine mi arrendo alla cosa. è oggettivamente pericoloso. Rimango zitto e mi siedo. Fanculo ripeto. Fanculo. Quando le cose non vanno come dovrebbero è difficile accettarle. Vaffanculo ripeto. Guillermo viene e mi tira un colpo con la mano sul casco. La montagna rimane qui mi dice. Mi spiega il perché lui è vivo e molti suoi amici sono cadaveri sotto la neve. 
Fanculo dico rivolto a nessuno in particolare. 

Torniamo in tenda stanchi. Guillermo armeggia col fornello e io me ne sto al buio. Iniziamo a parlare e siamo diventati amici. Sogni, progetti, montagne, persone. Guillermo ha un figlio e una donna. Mi chiede se sono innamorato di qualche ragazza e gli rispondo di no. 

il giorno dopo ci svegliamo e c’è vento molto forte. Chiedo a Guillermo cosa facciamo e mi dice che forse c’è un 5000 che potremo tentare. Si chiama La Leoneda. Dice che in inverno non l’ha mai provato e la motivazione di andare mi tira su. Saliamo. Guillermo spinge sull’acceleratore e non ho tempo di bere o mangiare una caramella. Qui capisco che è uno forte, che le sue vette se l’è sempre guadagnate. Apre la traccia fra ghiaccio e roccia. Ci sono zone di cumuli ventosi con tantissima neve e zone di sole rocce. Il vento soffia e quando chiedo a Guillermo dice circa 80 km orari. Camminiamo piegati, e quando ci sono le raffiche più forti ci fermiamo e ci abbassiamo. Poi inizio a premere un pò di più e sento che sta arrivando. prende dalle gambe e sale e sento che sta arrivando il calore, quella sensazione bellissima di privazione e fatica e annullamento di ogni cosa. Arriva e inizio ad andare forte, e non mi giro, la sento arrivare e la aspetto. Poi arriva come un orgasmo e sto da dio e la sensazione invade tutto il corpo. Guardo le montagne, bellissime. Il vento sbatte in faccia forte, ho freddo ma è come se non fossi io a sentirlo. Voglio solo andare ancora di più, e il calore invade tutto il corpo e non esistono problemi. Tutto è un ricordo sfuocato, le persone non esistono. I problemi sono puntini lontani, non hanno alcuna importanza. C’è solo il presente, che è fatto di montagne meravigliose, di aria sottile, di neve, roccia e vento. Sono solo e non mi importa di nessun altro, le persone sono facce sfuocate, le cazzate sono solo cazzate e le preoccupazioni non esistono. Sono solo io che voglio spingere ancora un pò di più e voglio andare un pò più forte. 
Quando arrivo in vetta sono da solo. Guillermo mi raggiunge dopo 20 minuti, ansimante. Tolgo un guanto e mi accorgo che il mio dito medio è diventato nerognolo, decido di infilare le mani in tasca. Mi dice che non ha mai visto nessuno andare come me e in effetti mi accorgo che ho tirato parecchio gli ultimi metri. Guillermo ha fatto l’Aconcagua e un sacco di altre montagne cazzute, è bello sentirsi dire una cosa così. Mi dice che il mio corpo si acclimata molto bene e mi chiede come ho fatto ad andare così forte. 
Ti sei mai sentito solo? gli chiedo

..

Mentre mangio il mio ultimo pasto di Santiago – un hamburger di bulgur, patate fritte e succo di frutta- mi chiedo se esiste qualcosa a cui non riuscirei mai a rinunciare nella mia vita. Mangio una empanadas di verdure e mi domando se c’è qualcosa per cui valga la pena rinunciare a tutto il resto. Bevo una limonata e rifletto.
Mangio un  brownie al cioccolato e mi rendo conto in questo momento che sono in Chile, e se non smetto di pensare mangerò fino a scoppiare. 

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