memorie di un sacco a pelo

un ragazzo ha un freddo cane. I respiri si condensano in aria e sembrano sbattere contro i tronchi degli alberi bagnati. Abbassa il berretto di lana ancora un po’ e si copre gli occhi. Il suo sacco a pelo scomodissimo non gli permette di aprire e muovere le gambe. Era di sua sorella minore, lo aveva comprato quando era “Coccinella” agli scout. è blu scuro con una cerniera che continua a incastrarsi e non vuole chiudersi mai. Il ragazzo mette la bocca dentro la felpa, pensando che il calore del suo respiro posso riscaldarlo. Vorrebbe muoversi per vedere che ora è, ma se lo facesse il sasso sotto di lui gli finirebbe esattamente sotto la schiena, quindi non lo fa. Se ne sta lì, al freddo, immobile.
Respirando. 
La notte è di un nero perfetto e avvolgente, le stelle sono luminose come lampadine. 

Un ragazzo sta ripetendo per l’ennesima volta la frase che per una settimana ha detto di fronte allo specchio. Ogni volta che trova il coraggio le parole gli rimangono in gola come una palla di spugna. Non può essere tutto frutto della sua immaginazione si dice. Oggi la ragazza con le lentiggini gli ha sfiorato il gomito per ben tre volte. Deve dirglielo, deve dirgli cosa prova. Ripensa alla frase anche se  non gli sembra più così perfetta. Prende coraggio, respira, guarda dritto. Deve solo girarsi e dirglielo. Stringe i pugni e si sente pronto. Proprio quando ha trovato il coraggio di dirglielo però si accorge che la sua gamba sta sfiorando il suo ginocchio. Si stanno toccando. Fra loro due ci sono solo due minimi strati di jeans e poi la pelle nuda. Le sue gambe. Sono così vicini. Si chiede se pensando intensamente sia possibile trasmettergli cosa sta provando per osmosi. Ci pensa intensamente. 
Non dice una parola. 

Un ragazzo si stringe nelle gambe abbracciandosi le ginocchia. Non esiste nessun posto al mondo in cui possa sentirsi sicuro. Si alza sulle gambe indolenzite e si sistema la felpa piena di chiazza di vomito e sangue. Quei due figli di puttana questa volta lo hanno fatto vomitare sulla sua felpa preferita degli Exploited. C’è scritto “Fuck the system, beat the bastards” Pensa che gli piacerebbe picchiarli fino a fargli veramente male. Tantissimo male. Vedere i loro denti sull’asfalto. Un giorno sentirà i suoi pugni sbattere sulle loro bocche. Quando saranno per terra gli sputerà addosso. Sono dei figli di puttana, anche se la madre in realtà non c’entra niente. Li odia perché non sono nemmeno in grado di pestarlo fino ad ammazzarlo. Pivelli di merda. Quando toccherà a lui non avrà alcuna pietà. La sua vendetta non farà sconti. E se qualcuno si fermerà a guardare pesterà anche lui fino a farlo smettere di guardare e parlare e sentire. Metterà fine a tutto questo. 
Si togli la felpa. Sputacchia del liquido giallo sul piatto della doccia e apre il getto dell’acqua fredda. 

Un ragazzo ha uno zaino strappato. Lo ha trovato in cantina ed è diventato suo. Aveva promesso a se stesso che lo avrebbe lavato, ma poi si è sempre dimenticato. Dice in giro che la puzza di vecchio è odore di alpinismo. Si ricorda del suo zaino solo quando gli serve. è sufficientemente grande per contenere tutto quello che gli serve. Una felpa, un berretto, il sacco a pelo, dei crackers. 

Un ragazzo sta ascoltando la stessa canzone per l’ennesima volta. Della musica gli piace il fatto che nessuno può dirgli quando smettere. Le cuffie sono l’invenzione più intelligente della storia, meglio di tutto il resto. Sgranocchia dei crackers sotto la pioggia. Un albero lo ripara un po’, anche se in realtà è completamente bagnato. La sera sta diventando notte e lui soffia via le ultime briciole di crackers dal grembo. Beve un thè alla pesca zuccheratissimo che non sa veramente di pesca, ma solo di acqua e zucchero. Fa ripartire di nuovo la canzone. Guarda il cellulare pieno di chiamate. Lo spegne. 
La canzone finisce e lui la fa ripartire da capo. 

Un ragazzo si stringe nel suo corpo, nel suo sacco a pelo nel suo respiro. 
La notte è puntellata di lampadine luminose attaccate al cielo. 
Quella cazzo di cerniera si incastra sempre. 

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