vai verme vai!

cap. 1 chiudere gli occhi
chiudo gli occhi. apro gli occhi. chiudo gli occhi. apro gli occhi.dolore atroce. mi fa male ovunque. ho fatica a respirare. la testa mi scoppia.
sono sporco di sangue un rivolo di vomito esce dalla bocca. sapore acido. deve
essere bile. ho male ai reni e probabile mi sia pisciato addosso. sento i vesti
bagnati e non so se sia solo sangue. sono solo un ammasso di carne malconcia.
sono solo un corpo con poca vita dentro. sono solo.

chiudo gli occhi.
apro gli occhi. ho pregato per qualche secondo di essere morto. non è successo.
mi viene da piangere ma dagli occhi non esce nemmeno una goccia. odio quando mi
succede. riesco a capire tutto in maniera troppo reale. troppe cose mi fanno
schifo attorno. tutto è semplicemente troppo pieno di merda e di squallore e la
vita mi fa schifo in questi momenti. delle volte ho pensato al suicidio come
un’ alternativa tutto sommato valida. vaffanculo. andarsene e non svegliarsi
più. far perdere ogni traccia della mia esistenza assicurandosi di eliminare i
ricordi. eliminare ogni fottuta prova della tua esistenza. foto, carta straccia
eliminarsi e non sentire più la voce di nessuno. nessuno di loro. però sono
ancora vivo.
chiudo gli occhi.
apro gli occhi.
di solito arriva l’ansia e la paura di essere vivo e non riuscire a rialzarmi.
trovo le forze per farlo. nulla di rotto. sono sporco, sudo e ho la maglia
sporca di marrone. chissà se è vomito o sangue. la mia felpa preferita, cazzo.
la mia cazzo di felpa preferita. un ginocchio mi fa male, ma a parte questo sto
in piedi. mi gira la testa e ho male alle costole. chiudo gli occhi. apro gli
occhi.
attorno a me non c’è nessuno. mi do una sbattuta alla felpa per ripulirla un
po’. mi pulisco la bocca con il dorso della mano. mi guardo meglio attorno e nessuno
mi sta guardando. fortuna.
chiudo gli occhi. apro gli occhi. chiudo gli occhi. respiro. chiudo gli occhi.
respiro forte. chiudo gli occhi.

2. conversazioni
cerco di zoppicare meno possibile. entro in casa e punto alle scale.
la mamma parla. dove sei stato perché ci hai messo tanto?
niente.
ti sei fermato a parlare coi tuoi amici?
si.
si certo penso, tutti i miei amichetti adolescenti. quelli che vestono bene e
hanno il motorino. un branco di spastici che esprimono disagio bevendo una
birra. per qualche assurdo motivo  mia madre si ostina convincersi che io
non sia un disadattato.
il pranzo è pronto.
si dico scendo fra un attimo.
cerco al volo l’ingresso di camera mia e mi ci butto dentro.
sfilo la maglia e i pantaloni e li chiudo in una busta di nylon. poi li butto
sotto il letto. metto un paio di pantaloncini da corsa, e vado in bagno. chiudo
a chiave. chiudo gli occhi.
apro gli occhi.
specchio contro me stesso la mia ripugnante immagine. Ho sempre odiato
guardarmi nelle pupille. sono smilzo e bianchiccio. occhiaie pronunciate e
labbra screpolate. sono pieno di segni addosso.

mi tiro dell’ acqua gelida sulla faccia e soffio forte col
naso. prendo del cotone e me lo infilo su per le narici, così il sangue non
scorre. mi do una lavata alle braccia e al petto. infilo una maglia bianca e
prima di togliere il cotone provo due espressioni allo specchio. dai non sono
poi così male alla fine. dai potrei essere peggio. Dai, per favore è. strappo i
tappi di cotone che sono mezzi incollati di muco e sangue ma non mi fa più male
questa operazione.  li butto nel cesso. tiro l’acqua e sputo dentro al
water. lascio andar giù per il cesso il catarro e un altro sacco di cose e
scendo.

ma stai zoppicando?
no.
com’è andata la giornata?
bene.
avete fatto cose interessanti?
no.
cosa hai fatto?
niente.
come niente?
niente
ma come niente non hai fatto niente?
ho guardato fuori della finestra e ho pensato che mi stanno rubando tutte le
mattine di autunno.

così non va bene. non va bene il tuo atteggiamento. sei
troppo arrogante. ne abbiamo già parlato coi professori dopo i colloqui. cazzo
non va bene.
non va bene cazzo.
sei convinto che tutti ce l’ abbiano con te? non puoi essere più normale? avere
buoni voti, seguire e essere come gli altri?
il mio cazzo di atteggiamento. non va bene cazzo ripeto.
che cazzo e non ripetere quello che dico!
mi alzo e me ne vado.
perché zoppichi?
non sto zoppicando, esco coi miei amici gli dico. me ne vado fuori e inizio a
correre.

3. semplici sassi
ho queste scarpe della saucony un po’ troppo consumate. la tomaia ha un buco in
corrispondenza del mignolo. la suola in gomma si è indurita e non ammortizza un
granché. io mi sforzo di correre in modo composto. il ginocchio mi fa un po’
male, ma andando veloce non ti accorgi di nulla.
le gambe mi spingono altissimo sopra all’asfalto duro, bagnato dalla pioggia.
guardo le nuvole passare sopra la mia testa e mi ipnotizzo a guardare la linea
bianca interrompersi e ricominciare. rialzo la testa e casa mia è un punto
lontanissimo. tutto il mio paesotto è una macchia grigia sfuocata in fondo alle
colline. rigiro la testa e guardo dritto. a volte credo di essere più bravo a
parlare con me stesso che con gli altri. sputo per terra e dico dai muoviti con
la voce spezzata dal fiatone.
le botte smettono di dar fastidio e mi sento leggerissimo, peso pochissimo e
posso andare ancora più veloce. il mio corpo non ha un reale peso e finalmente
trovo l’erba sotto ai piedi. il fresco mi sale dai piedi, ma io non mi fermo.
so dove voglio andare, so esattamente chi sono e mi sento bene. mi concentro
sul respiro, col cuore che pulsa a bomba e le gambe che girano.
arrivo al mio sasso e mi metto seduto per terra. chiudo gli occhi respiro forte
e non riesco nemmeno a dire una parola. non c’è bisogno. apro gli occhi e vedo
le nuvole bellissime andare a portare la pioggia al paese. vedo gli alberi
aprirsi per accogliere la pioggia. vedo le montagne lontano, e metto le mani
nei capelli bagnati. il respiro ritorna normale e mi alzo. guardo ancora una
volta tutto dall’alto, scoppio a ridere.

4. cose che non ti interessano
Me ne sto lì rannicchiato con la testa sul banco e lei mi
dice buongiorno con gli angoli della bocca un po’ in giù. Deve essere un po’
triste, o preoccupata o qualcosa del genere perché ha la bocca in quel modo
solo quando ha dei pensieri per la testa. Silvia, la mia vicina di banco, è
probabilmente una delle poche persone qua dentro che lascerei viva se un giorno
decidessi di comprare un fucile e fare una strage in scuola stile Columbine.
Glielo dico. Sorride. Parliamo poco e mi sta bene così. Io non provo il minimo
interesse fisico per lei (e lei per me) nonostante sia una bella ragazza. Molto
bella. La preferisco quando ha pensieri per la testa. In qualche modo riesco a
parlarci meglio. Hai finito di disegnare su quel banco mi chiede. Silvia si
ferma sempre a guardare i miei scarabocchi con la penna nera bic sul banco di
scuola. Tanto poi fra un po’ le bidelle lo avranno pulito e non ci sarà più
niente. Alzo la testa e gli dico che dovrebbe pensare più ai pensieri che ha
per la testa che non alle mie cose. Mi dice che non ha pensieri per la testa e
gli dico che ne ha, perché si vede. Lei mi dice che allora perché non gli
chiedo cosa ha e gli rispondo che comunque lo avrebbe fatto lei. Allora fa
finta di incazzarsi e io posso di nuovo tornare ai miei scarabocchi neri.
Quando scrivi e disegni tante cose tutte assieme poi non si capisce più dove
finisce una e inizia l’altra. Tutto si confonde assieme nel Nero ed è difficile
vedere qualcosa nella confusione.

Ieri ho mangiato un gelato con un po’ di persone mi dice. si gli dico per
fargli capire che l’ascolto con l’odore nero dell’inchiostro nel naso. Continuo
a disegnare. Bè ero lì che chiacchieravo con delle persone. C’era Biri, Piri,
Ciri, Smiri, e Gian e Van e Can e bla bla … e Frida e … alzo la testa. SI gli
dico. Osservo Silvia. Ha delle lentiggini sulle guance. Gli vengono di più in
estate. Scosta una ciocca di capelli e inarca impercettibilmente il naso. So
che ora se lo gratterà con la mano. Lo fa sempre quando non sa come dirmi
qualcosa. Silvia mi guarda un attimo negli occhi e poi lascia scappar via le
sue pupille altrove. Porta le dita sul naso e mi dice che si, bè, ieri ha
baciato un tipo, che ha una mezza cotta per lui. Cosa cazzo vuoi che me ne
freghi gli rispondo e mi rimetto a disegnare. Calzo di più, più forte. Un volto
che si sovrappone ad alberi e altri Inutili Scarabocchi. Altri Inutili Scarabocchi
neri. Un banco pieno di Inutili Scarabocchi Neri. Sento gli occhi di Silvia
addosso. Entra la prof e ci azzittiamo. Tutto si alzano per salutarla io resto
seduto perché questa storia di alzarsi quando entra un prof mi sembra una
grande cazzata.
Mi dice stizzita perché stai seduto e gli spiego “non prendertela, Caterina, è
che ho male al ginocchio”. Mi dice come mi permetto di chiamarla per nome e mi
viene da domandarmi se questa gente è stupida come una marionetta o peggio
ancora stupida e dannosa come i militari dell’esercito.
Alcune persone non si rendono conto che anche loro sanguinano come me se qualcuno
li riempie di botte. Non dico nulla, ma mi sbatte comunque fuori della porta. Mi
alzo, Silvia mi sorride e dice ci vediamo a ricreazione e mentre me ne esco
tutti stanno zitti.

Hai una brutta cera mi fa Silvia. Ho mai avuto una bella
cera gli chiedo, sinceramente. Non risponde. Sospira. Silvia rappresenta
praticamente le mie uniche relazioni umane della giornata. Mi verrebbe da
rifiutarle, ma con lei è diverso. Troppe cose sono gabbie. La famiglia spesso è
una gabbia, la scuola è una gabbia, la città piena di cemento è una gabbia, gli
abbracci sono gabbie. Dopo che mio nonno è morto non ho più abbracciato un
essere umano. Gabbie umane. Gente che vive per anni in una gabbia perché hanno
stabilito che esso è un deviante. Gabbie per umani. Gabbie per animali. Esseri
viventi capaci di soffrire che vivono tutta la loro vita in una gabbia perché
abbiamo deciso essere inferiori. Gabbie ovunque, gabbie mentali. Gente rinchiusa
nelle proprie stesse gabbie. Stamattina non ho proprio una bella cera.

Ti hanno fatto male ieri? mi chiede Silvia. È la prima volta
da quando la conosco che me lo chiede. La nostra relazione si è sempre basata
sul tacito accordo che io non mi immischio nella storia del divorzio dei suoi e
lei non mi chiede niente riguardo, si bè avete capito.

Ho gli occhi piantati su di lei. Cerco di essere dolce nel
modo in cui riesco a essere più capace. Gli rispondo che non mi fanno mai
realmente male. Che se volessi potrei procurarmi da solo molto più male di
quello che quei due stronzi riusciranno mai a farmi. Abbassa gli occhi. Chiude
gli occhi. Li rialza e li punta sulla mia felpa. È degli Exploited ed è già
malconcia, l’ho scelta nell’ evenienza. Mi fai un po’ paura ultimamente mi dice
bisbigliando. “È come se ci provi gusto”. Ieri mi sono fermata e ti ho visto.
Ho visto come li guardavi. Ho visto quante ne hai prese. Io pensavo ti dessero
due spinte e via. Volevo mettermi in mezzo ma non l ho fatto. So che non mi
avresti più rivolto la parola. Perché non hai fatto niente? Perché li guardavi
così?

La verità è che li guardo perché non voglio che dimentichino
la mia faccia. Voglio che se la ricordino. Se lasci da parte il male fisico,
sei tu che gli stai facendo male. Tanto non sono in grado di arrivare al punto
di ammazzarmi, non hanno le palle. Ho pensato mille volte a come sarebbe se
fosse il contrario. Il mio odio adolescenziale è vivido, cristallino e
irrazionale. Non mi farei scrupoli a lasciarli marcire sull’asfalto. Guardo Silvia
e non gli dico niente. Poi, con la voce bassissima, che è tutto apposto, di non
preoccuparsi. Gli chiedo se passerà a casa mia la sera, che aveva detto che
aveva quel nuovo vinile fighissimo da farmi ascoltare, ma mi risponde che si
vede col suo nuovo ragazzo, di cui non ricordo il nome.

5. marionette
Mi sveglio e dalla finestra le montagne sono bellissime. Ho un po’ male alla pancia
e un rigonfiamento sull’anca. Arrivo a scuola e Silvia non c’è. Le bidelle
hanno pulito tutti i miei disegni dal banco. Puzza di candeggina freddo sterile
pulito. Fisso fuori della finestra e la professoressa sta sputacchiando
qualcosa sulla maturità, le marionette coi fili tirati osservano e annuiscono,
muovono la testa dicono si si hai ragione. Mi chiedo quanti di loro passeranno
la domenica mattina a fare si si con la testa in chiesa. La professoressa fa
una domanda a Chiara e lei risponde quello che lei la prof vuole sentir dire e
lei dice si si con la testa e  dice brava
brava e Chiara fa si si con la testa e tutta questa scena mi farebbe voglia di
iniziare a urlare e spaccare tutto, ma non lo faccio. Rimango zitto in silenzio
a guardare fuori dalla finestra, immobile. A guardare le montagne fuori e
chiedermi quando potrò uscire da qui. Rimango zitto come mi hanno imparato con
l’Obbligo e l’Educazione e lascio che mi annullino la mattinata. Faccio si si
con la testa come tutti gli altri.

6. vai Verme vai
È la notte prima dell’interrogazione di filosofia. Finisco i
compiti tardi, faccio cena. Facendo il minimo rumore mi vesto e prendo la
frontale. Non dico nulla a nessuno, metto le chiavi di casa fermandoli
sull’elastico delle mutande. Mi faccio ingoiare dal buio e nel sentiero ho il
batticuore. Immagino gli alberi giganti della British Columbia e sento il
profumo dei pini dell’Oregon. Finisco in una pozzanghera e mi scappa qualcosa
di simile a un urlo. Sono da solo e tutta questa cosa è per me, solo per me. Corro
finché i rumori della notte che prima mi fanno paura non diventano un
sottofondo delicato ai miei pensieri.

Esco dalla doccia con l’asciugamano addosso. Il corpo un po’
infreddolito. Mi stendo sul letto e respiro.
Sento vibrare il cellulare e ci sono un sacco di chiamate e messaggini e penso
che palle. Sblocco il tasto e c’è scritto SILVIA sul display e anche se non
voglio le budella mi si incartano.
“Pensi di aprirmi oppure no?” dice l’ultimo SMS.
Guardo fuori dalla finestra e c’è questa ragazza con il cappellino nero e
zainetto Eastpack che guarda all’insù. Il viso, contornato dalla luce gli
regala delle occhiaie molto affascinanti.
I miei dormono gli faccio capire a gesti. Salgo dal tetto del garage dice. È
un’idea del cazzo rispondo. Nei film funziona dice, aggrappandosi alla rete per
arrivare su. Io non so che fare. Esco dalla finestra e conto fino a tre. Salto
giù sul tetto e mi rendo conto che sono scalzo solo quando batto i piedi a
terra. Silvia ride e i suoi denti sono bianchi nelle notte nera e gli dico dai
su muoviti saliamo e lei sale e sembra tranquillo, e quando io provo a
scavalcare non è poi così facile, ma faccio del mio meglio per non darlo a
capire. Dentro la mia camera c’è Silvia. Ci sono io. Siamo al buio. Accendo una
luce e mi accorgo con imbarazzo che ho solo l’asciugamano addosso. Corro verso
la lampada, premo il bottone e spengo la luce. Cerco delle mutande al buio e un
paio di pantaloni della tuta, ma Silvia riaccende la luce e io mi sto ancora
vestendo. “Dai” gli dico un po’ stizzito. “perché ti vergogni?” dice lei. Io
rispondo solo “si.”

Allora che c’è, perché sei qui?
Ti dà fastidio? Se vuoi vado via.
I suoi occhi scuri se li guardo ci finisco dentro. Distolgo lo sguardo.
No.
Ci sediamo sul letto. Silvia tira via la giacca verde militare un po’ troppo
grossa per lei. Mentre lo fa provo a non fissargli le tette. Tuttavia se ne
accorge e io gli dico che sono fighi i NOFX, il gruppo che ha sulla maglia. In
realtà fanno schifo. Silvia sorride. I suoi vestiti puzzano vagamente di
sigaretta, deve aver fumato. Mi dice che ha un gruppo da farmi sentire, ha
portato il vinile.
Ma non dovevi essere col tuo nuovo ragazzo?
Silvia mi guarda con questi occhi fissi poi si guarda le scarpe. Ha le labbra
un po’ corrugate. Sospira.
“lascia stare. Non serve” gli dico interrompendo quello che sta per dirmi.
Tira fuori questo vinile, c’è scritto Vai Verme Vai.
Gli dico che però dovremo sentirlo a volume basso per non svegliare i miei e
lei dice va bene.
Si alza e mette il vinile sul piatto. Gesti aggraziati. Mentre abbassa la testa
dei capelli gli ricadono sugli occhi, la osservo spostare la ciocca di capelli
dietro l’orecchio e inarcare le sopracciglia.
Silvia si alza e si siede vicino a me. La sua spalla è appoggiata alla mia. Mi
chiedo cosa dovrei fare, ma per essere sicuro non faccio nulla. La sua pelle
odore di cane bagnato e di profumo. La sua spalla è morbida anche se io ho le
ossa spigolose. Silvia si stende e dice che è stanchissima. Io gli dico di sì e
mi stendo anche io. Rimango al buio a sentire il cantante dei Verme urlare
piano. A sentire Silvia respirare.  A
godermi la fatica dopo l’allenamento, che addolcisce i muscoli contratti e allevia
il sonno. È la notte prima dell’interrogazione di filosofia e io non riesco a
dormire.
Poi però mi sveglio e Silvia non è più lì.
La finestra aperta fa entrare aria fredda.

(note alla lettura: tutto è frutto dell’immaginazione. Ogni riferimento a persone o cose è casuale. Il pezzo è stato scritto secoli fa per un vecchio blog. Lo ho riletto e lo pubblico. Il titolo è dovuto al gruppo Verme http://www.youtube.com/watch?v=esnv6dNP-I0 )

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