Confessioni di un mountain biker

una pizza surgelata buttata nel forno.
ascolto i project x sparandoli dalle casse del computer. guanti in lattice, una
confezione di sgrassatore chante clair e una radice di liquirizia in bocca. il
cervello umano ha memoria per le cose. avendo passato quasi ogni sabato sera
del quarto e quinto anno delle superiori in garage a pulire la bicicletta per
la gara del giorno dopo, diciamo che so esattamente come si fa.
funzionava così: io e gas ci ritrovavamo nel suo garage il pomeriggio. gas
aveva appena finito di lavorare sui campi, andava in casa dove si metteva una
t-shirt grigia piena di macchie e dei jeans strappati (cambiandosi dalle cose
sporche del lavoro) e mi raggiungeva in garage.

per prima cosa aprivamo il rubinetto e innaffiavamo le bici col tubo. una
volta avevamo utilizzato l’idropulitrice, ma vinicio ci aveva scoperto al volo
e fatto il cazziatone. la bici non andava lavata con l’idropulitrice, troppo
aggressiva. quindi prendevamo gli stracci e dopo aver tolto le ruote iniziavamo
a passarlo ovunque. poi con lo spazzolino si puliva il cambio, si dava lo
sgrassatore, e intanto che si aspettava agisse si pulivano le pattine dei freni
e si lucidavano i cerchi. poi si passavano i cerchi con un panno umido morbido
e si ricominciava a spazzolare.
una volta finito si ricominciava tutto da capo, e si lasciava asciugare. quello
era il momento in cui ti veniva il mal di schiena (anche se grazie ai
cavalletti che ci aveva regalato vinicio potevi lavorare tenendo la bici alta
senza stare sempre rannicchiato sulle ginocchia come i primi tempi). in quel
momento io e gas piazzavamo i portafortuna sotto il canotto reggisella. lui
aveva un ciondolo che le aveva regalato la sua ragazza di allora, martina, e un
crocifisso della madre. io avevo un teschio a cui avevo attaccato dello spago,
che in salita mi sbatteva sempre contro la sella.

poi c’era il momento di silenzio in cui facevamo il rito. prendevamo il
nastro isolante e lo mettevamo scrupolosamente, senza la minima piegatura,
sotto la catena, dove il telaio prendeva più botte. ogni sabato strappavamo via
il nastro isolante e lo rimettevamo di nuovo il sabato dopo. tagliato il nastro
con le forbici ricominciavamo a parlare e a dire cazzate, a confidarci le paure
per la gara e come sentivamo le gambe. mentre spruzzavamo il grasso spray sulla
catena, ecco, di solito in quel momento arrivava vinicio con la sua jeep.
parcheggiava e scendeva, vestito di bianco, con una mano alla napoleone dentro
la giacca. da li tirava fuori una philip morris e ci salutava, ciao ragazzi,
col suo tono di voce serio da leader.
guardava le bici mentre le passavamo per caricarle sul retro della sua jeep e
ogni tanto ti diceva un
“ripulisci i freni. il cerchio. le pattine. il rapporto piccolo. le forcelle.”
e così via.
non diceva nient’altro, non serviva. diceva “forcelle” e sapevi che dovevi
ripulirle, e sapevi che aveva ragione.
dovevi smontare veloce il pezzo e ripulirlo da capo e per bene. a vinicio non
scappava mai nulla.

ricordo la prima volta che pulimmo la bici. passammo un pomeriggio nel
garage di fede (alla sua seconda gara cadde e si bruciò a sangue alle spalle al
culo, quindi decise di mollare) a bere fanta e a chiacchierare di scuola.
quando vinicio era arrivato avevamo mostrato fieri le nostre bici luccicanti
sicuri del lavoro. quella volta vinicio ci disse non siete in grado di pulirla.
iniziò a trovare milioni di punti in cui le bici facevano schifo, c’era grasso
o sporco. ci fece rifare tutto da capo, passando almeno due ore con noi e
ricontrollando tutto. ricordo che quando tornai a casa avevo mal di schiena,
ero incazzato con vinicio perché avrei partecipato alla prima gara già cotto.
lo trovavo stupido e una dimostrazione di potere scolastica fastidiosa.

poi però imparai a pulire la bici, e quello che mi richiedeva cinque ore all’inizio
arrivò a richiederne due.
sarebbe arrivato il giorno in cui avremo consegnato le bici al meccanico senza
neppure passarle al tubo dopo la gara, grondanti di fango, e lui ce le avrebbe
restituite perfette per l’allenamento del mercoledì. avrei avuto anche la
spocchiosità e la ragione nel dire “se il freno davanti non inchioda appena lo
sfioro, non parto”.

ma nel frattempo eravamo lì con l’odore di chante claire e lo strofinaccio
in mano a pulire per l’ennesima volta, tutto da capo le nostre biciclette,
smontando ogni pezzo, pulendolo e rimontandolo, perché tutto fosse perfetto.

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