Confessioni di un mountain biker – parte 2

Mezze seghe.
Gas aveva uno stile di guida rabbioso e
aggressivo. arrivava velocissimo nelle curve, inchiodava la ruota dietro e
metteva la bici di traverso. sfiorava appena il freno davanti e si tuffava
nella curva fra la polvere che si alzava. si rialzava sui pedali con un colpo
di reni e con la forza di braccia ritirava su la bici strattonandola per
rimetterla in posizione. mollava i freni, rimetteva il culo in linea con la
sella e premeva la sua forza smisurata sui pedali. Gas poteva sviluppare circa
100 watt di potenza assoluta più di me sui test nella cyclette in palestra.

io avevo uno stile completamente opposto.
volevo le forcelle tarate per persone da 140kg, freno davanti che inchiodava
appena lo toccavo e quello dietro che non frenava, tutto il contrario di Gas. guidavo
pulitissimo, frenavo prima della curva rimanendo in piedi e composto, aprivo
piano le braccia e piegavo. se arrivavo troppo forte provavo a usare il freno
dietro, ma che tuttavia non frenava mai, perché lo volevo settato così. Serviva
solo per le emergenze. entravo dolce cercando di perdere meno chilometri orari
possibili, con la stessa tecnica che utilizzavo per la bici da corsa, dovevo
sfruttare ogni millimetro di strada, passando a un’unghia dai guardrail e dagli
alberi. la mia bici era rigidissima sull’avantreno e le vibrazioni erano
incredibili, alla lunga ti distruggevano i gomiti e la schiena, ma se volevi
entrare nelle curve dovevi rimanere coi muscoli tesi sulle imperfezioni del
terreno. non sbagliare di un millimetro, se tiravo poco più la leva del freno
davanti sarei finito dritto, per terra, o sotto una scarpata.

Gas in salita era potente, poche
pedalate, rapporti duri. quando soffriva e la faccia si trasformava in una
maschera di rabbia pura, aumentava una marcia e si alzava in piedi per
rilanciare, poi tornava seduto. Gas era portato per i percorsi nervosi, pieni
di strappi e discese lunghe, ripide,  dove lasciar andare la bici.

io invece ero uno scalatore pure, sempre
in piedi, centocinque pedalate al minuto. quando soffrivo soffrivo e basta. il
mio stile era un po’ più mentale, davo il massimo nelle salite lunghe, dove
vedere quelli a fianco a me star male mi metteva a mio agio. scalavo le marce e
facevo andare le gambe come un frullino impazzito. le salite lunghe, dove la
sofferenza era totale e dove non vedevi la fine, erano le mie preferite. dentro
di me usavo dei mantra o entravo nel nirvana più totale, perché la selezione
era naturale e superavi gli altri perché erano stremati. Non serviva entrare
col gomito o col ginocchio. le persone ti lasciavano passare e basta. ero
adatto a percorsi duri, con tanta salita e discese tecniche, lente e da guidare
fra alberi, radici e cambi di pendenza.

ricordo la “Discesa del King del Nonno”.
il nostro allenatore (autodefinitosi a noi come “il Nonno”- la giornata era
scura, la gara era dura, la Gamba del Nonno faceva paura- ) dopo averci fatto
pressioni psicologiche per due mesi ci portò dentro questo bosco.
“eccoci ragazzi siamo arrivati disse, non lo so perché vi ho portati che non
siete pronti. però vi voglio dare una possibilità. se non cadete da qui
potreste finalmente uscire dallo stato di “mezza sega” in cui vi trovate.

silenzio! ora il nonno scende e dovete
guardare coi vostri occhi di cerbiatto e le palline insulse che avete nei
pantaloni come si fa.”
detto ciò partì, la pendenza era forte,
c’erano da evitare degli alberi, poi una curva a gomito e poi il rumore dei
freni del nonno si perse sotto fra gli alberi.
“daglie!” urlò a un certo punto.

partii per primo. ero teso come una corda
di violino. tirando i freni la bici partì lo stesso e in un primo momento
pensai che stavo per ribaltarmi, poi buttai tutto il culo indietro, a toccare
la ruota posteriore, le braccia aperte in uno sforzo assurdo e tirai anche la
ruota dietro per frenare. poi pensai, ci riesco, scartando l’albero e staccando
un po’ i freni. sentivo gas dietro di me arrivare e pensai che non avrebbe
potuto affrontarla di traverso, era troppo stretta, sei fottuto amico, pensai.
in quel momento mi partì l’anteriore e non potei controllarlo, andai dritto e
sentii un rumore forte. caddi e iniziai a rotolare prima di fermarmi contro un
albero, giusto in tempo per vedere la bici di gas sfrecciarmi accanto.

“mezza sega!” ci urlò il nonno puntandoci
il dito dal basso sulla strada mentre ero in terra dolorante fra polvere, fango
e tagli ovunque.
“mezza sega!” urlò puntando il dito
contro di gas.

scosse la testa e se ne andò parlando da
solo.

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