Anarchia – Acido Lattico sept 2018, Spirito Trail Mag

Un giorno ero in Marocco e decisi che avrei surfato. Prima
di allora mi era capitato di provare mezz’ora, molti anni prima in Spagna, con
la mia ex. Non ricordavo nulla, ma mio padre aveva un contatto di un tipo che noleggiava
tavole da surf. Il mare era gonfio e le onde sembravano lunghe, piatte e
concrete, esattamente come quelle che vedi nei video girati in California.
Nella zona in cui le onde iniziavano a rompere c’erano già dei surfisti del
posto, cinque o sei persone che stavano sedute per un po’ prima di remare con
le braccia e cavalcare l’acqua. Sembrava facile.
Non persi tempo, infilai la muta e mi buttai in mare, nuotando come un matto e
riuscendo a raggiungere – con non poca fatica e svariata acqua salata bevuta – la
zona calma dietro le onde.

Le onde si alzavano e si infrangevano, era tutto bellissimo, sentii dietro di
me un’onda gonfiarsi dietro la schiena e iniziai a remare per prenderla.
Riuscii ad alzarmi e a cadere dopo poco, di nuovo, bevendo litri di acqua
salata e tossendo e sputando per qualche minuto, poi mi riportai nella zona
calma.
Dopo poco sentii gonfiarsi un’altra onda: perfetto. Di nuovo mi misi a remare e
mi alzai. C’era un altro ragazzo che remava, ma smise e si lasciò scivolare via
l’onda. “Fighetta” pensai. L’onda era bella grossa e riuscii a stare in piedi
un po’, puntando la tavola dritta, prima di finire di nuovo travolto dall’onda.
Per un attimo pensai di affogare, poi l’onda mi risputò fuori. Dopo la
centrifuga ero un po’ confuso, ma non ne avevo ancora abbastanza.

Tornai indietro e dopo poco riprovai. L’onda si era già
formata alla mia sinistra e un ragazzo era in piedi sulla tavola. Era un’onda
grossa e bella: la volevo. Iniziai a remare e saltai sulla tavola. Il surfista
mi passò vicino e mi urtò, o mi spinse in acqua. Mi feci anche un po’ male
perché la sua o la mia tavola mi finì sulle caviglie. Dopo poco la cosa si
ripeté. Imprecai verso di lui e verso tutti i surfisti, “figli di puttana
dissi” sperando che non capissero l’italiano. Poi dal nulla mi ricordai di
quello che molto tempo prima mi aveva spiegato il mio amico Fede.

Anche se sembra un controsenso perché ci immaginiamo i surfisti
come dei fricchettoni pacifisti che professano la libertà, nella realtà dei
fatti il surf è uno sport pieno di regole. Esse ovviamente non sono scritte –
il surf non è un gioco come il calcio e non ci sono arbitri o giudici – ma
vengono tramandate da sempre nella storia di questo sport/stile di vita. Le
regole sono per esempio che se uno sta già surfando un’onda devi lasciargli la
precedenza. Che per rispetto non puoi tagliargli la strada o rubargli l’onda. Devi
portare rispetto alla gente del posto e alle precedenze.

Ultrarunning. Un sacco di neofiti e persone diverse tra loro
che si sono avvicinate a questo sport. La corsa di per sé è ancora più
anarchica del surf. Per questo la considero ancora di più un’attitudine e uno
stile di vita che  non uno sport ben
definito. E per questo, come ogni anarchia che funzioni, servono regole. Non mi
riferisco ovviamente a inutili arbitri o forze dell’ordine che ti controllano o
giudici che ti sanzionano, ma serve uno sforzo da parte dei singoli individui
per interiorizzare le regole che esistono, e si tramandano tra i veterani, da
sempre.
Bisogna essere umili e svegli, imparare da chi c’era prima ed essere pronti a
capire questo sport, non basta correre le gare.
Bisogna fare in modo che nell’ultrarunning non ci sia mai nessuno che dica agli
altri cosa dovrebbero fare.

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