+CARISSA’S WIERD +

(far partire
la musica al minuto 6:45 e iniziare la lettura)

1998. Sei a
Seattle.
Immaginati di entrare in questo locale. Divanetti sgualciti in parte, su cui di
sicuro non si sarebbe mai seduto nessuno, buio pesto e fumo di sigarette. C’è
un minuscolo bancone su un lato, serve birre da quattro soldi che ti fanno
venire la sbronza marcia. Di quelle che al mattino hai la gola arsa e il mal di
testa. Un paio di persone vestite di nero con un berrettino nero di lana ti
guardano, ma ti accorgi di loro solo mentre gli passi vicino e stanno
gesticolando con una sigaretta in mano. chissà cosa si staranno dicendo ti
chiedi, ma questo è niente finché

Entri nella
sala tramite una tenda di plastica appiccicosa.
Dentro è ancora più buio. Buio quasi come quando fuori sta per diluviare in
inverno e non ci sono i lampioni e tu stai camminando da così tanto tempo che
non ti ricordi neppure come cazzo ti chiamavi.
Dentro è buio pesto. Non vedi nulla, c’è puzza di sigaretta e un lieve profumo
di lavanda lontano che deve provenire da qualche ragazza, o dal tuo vestito,
visto che l’hai lasciato essiccare con un ramoscello di lavanda strappato
all’estate. lo avevi preso prima di ripartire per la grande città grigia
paurosa che fa da sfondo alla tua vita insulsa persa fra i numeri del lavoro.
Il posto diventa accogliente. Quelle lucine ti ricordano quando eri piccolo e
ce l’avevi col mondo, è passato un sacco di tempo. Assorbono il buio della
stanza piccola e bassa. Non ti sei mai trovato a tuo agio in un locale prima
d’ora.
Il palco si illumina. Lucine di natale. Fanno una specie di rettangolo sopra il
palco dell’altezza di due bancali in legno. C’è un piccolissimo faretto rosso
che nonostante il fumo illumina le caviglie della cantante.

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I Carissa’s Weird
non cantavano. Erano famosi perché le canzoni venivano sussurrate. Riuscivi
appena a distinguere il timbro della voce della cantante sopra la chitarra.
La stanza si riempie di malinconia, emozioni. Depressione che accetti perché è
tremenda, esasperata, ma terribilmente reale. Vorresti seppellirti perché sei
entrato alla fine della prima sei in ritardo. In stanza ci saranno al massimo
15 persone. Potresti contarle ma sei ipnotizzato dalla canzone. Sembra quasi parli di te.

“in a house
where the tree fell
we spent all day in the branches
they came the next day
they took that tree away and made me cry
did you hear she saw demons in the bedroom
her lungs were broken
but then they worked fine
blue light comes around
blue light dont come around right now
you might not like what you see, be ashamed”

(CW – Brooke Daniels’ Tiny Broken Fingers)

“In una casa
dove gli alberi cadono
passavamo  tutti i giorni (giocando) fra
i rami
Il giorno dopo sono arrivati

hanno
portato quell’albero e mi hanno fatto piangere
L’hai sentita vedere i demoni nella sua cameretta
I polmoni infranti
ma funzionano bene”

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Una canzone
dietro l’altra, meno di un secondo di silenzio. Un battito d’ala, un secondo in
cui nessuno potrebbe riuscire ad applaudire. Chissà per chi staranno cantando
ti viene da chiederti. Spesso al microfono cantano con gli occhi chiusi.
Fuori diluvia. Lo sai, anche se non puoi dimostrarlo.

Il timbro che ti hanno fatto all’ingresso scolorisce.
Il nome del gruppo era scritto col pennarello nero su un foglio di carta A4
riciclata scritta dietro.
Carissa’s Wierd.
Entrata 5 dollari, ma anche meno se ne hai.

All of these
windows
Bring in the cold air
I hope you have a coat
To keep you warm

Warmer than
those last times we spoke
Warmer than the last words we said
I’m sure the wind blows gently on you now
I hope that nothing will ever remind you of me

(CW -September Come Take This Heart Away)

“Tutte
queste finestre
Fanno entrare aria fredda
spero tu abbia una giacca
per tenerti al caldo

più caldo
dell’ultima volta che abbiamo parlato
più caldo delle ultime parole che ci siamo detti
sono sicuro che il vento ti soffia dolce in faccia
spero che nulla potrà mai ricordarti di me”

Quando i due
cantanti cantano non sono in perfetta sincronia, forse non hanno provato
abbastanza, o forse ognuno sta cantando per conto suo. senti la voce di Jenn
Champion che segue di una frazione di secondo quello del cantante. Un quarto di
tempo di un battito di ali: te ne accorgi perché è tutto perfetto. Senti caldo perché
devi ancora toglierti la giacca a vento caldissima che hai indosso. È dell’esercito
e a lavoro ti vergogni di metterla.

I wake up,
it’s all gone
(your characteristic seemed alright)
I wish I had stayed at home
(you’re so disappointed every time)
At home here, I need you to tell me all the wrong I’ve done


(CW- Die)

“Mi sveglio,
è tutto andato
(anche se tutto sembra uguale)
Vorrei essere rimasto a casa
(sei così deluso ogni volta)
Qui a casa ho bisogno che tu mi dica tutte le stronzate che ho fatto”

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Poi tutto
finisce. Uno tizio spegne una sigaretta. La butta sul pavimento e ci pesta
sopra con la scarpa. Le luci si accendono, violente, sul muro sporco. I Carissa’s
Weird sono già usciti dalla porticina sul retro. Il pavimento si mostra nel suo
squallore di birre marce da sbornia cattiva e sigarette mezze spente. È tutto
calpestato. Una chiazza nera si spande dal retro.

Tutto si mostra nel suo squallore. Il locale fa schifo, tutti sono già usciti.
Passi per le tende appiccicose, più appiccicose di prima. Prendi una birra e
butti sul bancone un dollaro.
Esci nella notte buia e sta diluviando.
Senti freddo.

we
won’t be sad now
we won’t be feeling down
we could live or die
and have a great time

(Carissa’s Wierd – All Apologies And Smiles, Yours Truely Ugly Valentine)

“Non vorremo
essere tristi ora
non ci vorremo sentire giù
possiamo vivere o morire
e avere grandi momenti”

Discografia

Ugly But Honest: 1996-1999 – Brown Records (1999)
You Should Be at Home Here – Brown Records (June 2001)
Songs About Leaving – Sad Robot Records (2002)
Scrapbook (2003)
I Before E – Sad Robot Records (2004)
They’ll Only Miss You When You Leave: Songs 1996-2003 – Hardly Art (2010)

PUNK.
HARDCORE. EMO. USA.
POST PUNK.  POST
HARDCORE.

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