vivete prima

Oramai li riconosco dalla faccia. Lo capisci che la gente non vede l’ora di raccontarti
che sono alpinisti, arrampicatori, che hanno fatto questo e quello. Che sono
dei montanari e che sono degli arrampicatori su ghiaccio e degli ultrarunner. Di
solito hanno attrezzatura nuova fiammante e scarpe dell’ultima stagione senza
buchi.
Li vedo sotto le cascate di ghiaccio, li vedo bazzicare l’ambiente della corsa,
li vedo dappertutto. Hanno mani ben curate, capelli usciti dal parrucchiere e di
solito puzzano di città. Hanno cellulari sempre in mano con cui mandano foto e
aggiornamenti della loro vita, dei loro risultati e di ciò che mangiano, fanno,
tutto il giorno, di continuo.
Vivono aspettando di tornare a casa per postare una foto di quello che hanno
fatto. Vivono più per quando avranno postato la foto che per il momento in cui
la vivono.
“dai fammi una foto adesso” dicono quando sono in posa. Postano e aspettano che
i like arrivino col cellulare in mano.
Sono dei wannabies della vita, muoiono dalla voglia di avere su instagram la
foto in inverno mentre scalano su ghiaccio, bevono una cioccolata calda al
tramonto, fanno la sauna sfoggiando un fisico perfetto in costume. Le loro vite
sono perfette, sui loro selfie hanno sempre espressioni stupefatte, belle,
senza rughe, brufoli schiariti dai filtri e occhi pieni di espressione.
Le Aziende spingono vendendogli a caro prezzo gli ultimi ritrovati di
tecnologia. Sci che girano praticamente da soli, rinvii leggerissimi facili da
rinviare, tessuti creati dalla nasa per sudare meno, comprimono i loro culi e
mettono in risalto i loro muscoli.

Il mio senso di non appartenenza al mondo dell’outdoor è cresciuto con l’età.
Ci sono delle parole che nel mio cervello suonano vuote e ridicole e che
eliminerei dal dizionario dello sport: “impresa” “estremo”. Sembra che anche
una vertical race debba essere “estrema”, che tutto debba essere un’impresa,
che se non suonano una canzone da inno nazionale prima delle gare gli atleti
non possono partire.
Ascolto l’inno e la canzone di Freddy Mercury grattandomi le palle,
sbadigliando. Tutta questa messa in scena per una vertical mi chiedo, quaranta
minuti di gara a farla lunga.
Ei amici, ci stiamo andando a divertire, non si va in guerra per fortuna.

Penserete che sono uno che fa lo snob, che me la tiro, magari è anche così. Mi
difendo dicendo che non voglio piacere alle persone.  

Quando ho iniziato ad andare ai concerti punk
la scena era particolarmente violenta. Ricordo l’attesa prima di andare
a vedere qualche gruppo, iniziava mesi prima. Ascoltavo i pezzi e provavo a
immaginarmi come sarebbe stato trovarmi sotto il palco, quante botte avrei
preso. Ai concerti di solito andavo da solo, viaggiando nei bagni dei treni o
in autostop. Quando mi trovavo nel locale ero emozionatissimo e non vedevo
l’ora che arrivasse la prima canzone per sfogarmi, saltare sopra le persone, lanciarmi
dal palco e urlare. Vivevo l’attesa e il momento in modo totale. Nessuno mi
diceva bravo per ciò che facevo: ero solo uno dei tanti ragazzini che andava a
vedere un concerto. Nel 2017 abbiamo bisogno di imparare a vivere, prima.
Ora mi si avvicinano queste persone la cui vita è già tutta già vista,
commentata, masticata, postata e digerita sul web.
Persone che vogliono far cose solo perché hanno visto che possono tirar su un
po’ di attenzione, ignorando tutte le retrospettive che fanno grande il nostro
sport.
“Ho visto Grazielli alla gara lì in California, provo il sorteggio pure io”
“ma va.”

Scritto nella rubrica Acido Lattico, rivista Spirito Trail a settembre 2017

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