Non ci credere

Credo che molti dei miei parenti e dei miei amici alla
parola “sbattezzato” rabbrividiscano, seppure la loro fede è di facciata e sono
praticanti alla buona, della filosofia “minima spesa massima resa”, ovvero
vanno a messa quelle due o tre volte all’anno, perlopiù sotto le feste,
recitano le preghiere all’Altissimo quando qualcosa nella vita gli va male e lo
maledicono come intercalare mentre guidano nel traffico quotidianamente. Chissà
se sul serio credano che esista questo tizio che sceglie se tormentarti la vita
o fartela passare sollazzandoti per l’eternità e, in caso positivo, se sul
serio pensano che sia così allocco da essere compiaciuto con così poco.
Io sull’argomento non mi schiero: tolto il fatto che non credo in nessun dio, e
che mi sono sbattezzato, finirò all’inferno comunque, perché è così che vanno
le cose. Intanto però, vivo con sfrontatezza la mia vita, senza badare a cosa
verrà quando sarò sepolto sotto terra.  

Non mi ricordo quanti anni avevo quando è morto mio nonno
Tito. Era il terzo nonno che perdevo, ma la sua morte mi colpì particolarmente
perché ero in un’età abbastanza adulta da pormi certe domande. Mentre morì io
ero a questo raduno di cristiani cattolici chiamato tendopoli. Ero stato
convinto ad andare dalla madre del mio migliore amico – fanatica cristiana
completa, del tipo che prima di presentarle la mia ragazza di allora il mio
amico si rassicurò di non dirle che lei non era battezzata – con le promesse
che si era sul Gran Sasso (e io o sempre amato la montagna) e che era pieno di
giovani e belle ragazze.
Inoltre, il devastante senso di colpa di fare del dispiacere ai miei amici,
avevano interiorizzato piuttosto bene già in giovane età il meccanismo dei
sensi di colpa, che poi è uno dei grandi motori della religione cattolica, mi
aveva messo al muro: decisi di andare.

Io sono stato battezzato, mi hanno fatto la comunione e la cresima. Sono nato
in un paesotto nelle Marche dove la religione è molto radicata, il prete della
parrocchia è una persona influente (ha grossi possedimenti terrieri, fa parte
della mafia di CL e nelle prediche non si esime mai dal fare discorsi politici)
e tutti i miei coetanei sono cresciuti andando al catechismo.
Il mio migliore amico appunto era cristiano convinto e io ho sempre avuto molta
stima in lui. Siamo cresciuti assieme, lui pregava e aveva una visione molto
più chiara di me su molte questioni. Quando mio nonno morì gli confessai che mi
sentivo in colpa per non averlo salutato. Mi disse che Dio aveva un piano per
ognuno di noi e che non dovevo starci male, ma solo avere fede. Mi sembrò una
spiegazione che non si reggeva molto in piedi, ma era comoda ed era già pronta,
cotta nei secoli da generazioni di infangamento di ogni scienza e della
psicologia dell’uomo, gli dissi che aveva ragione.

Il mese che seguì andai ogni giorno da solo fino al cimitero
a parlare con la bara di mio nonno. Non lo dicevo a nessuno, ci andavo e gli
raccontavo come me la passavo. Era strano, e ogni giorno che passava mi sentivo
più idiota, ma mi sembrava una cosa buona, di quelle che un giorno quando
qualcuno lo saprà qualcosa di buono ti accadrà. Sarebbe stato troppo difficile
ammettere che non avevo un amico con cui poter parlare liberamente delle
domande che avevo in testa e che in realtà erano solo le aspettative altrui a
farmi comportare in un modo che non era naturale per me. Mia zia, altra fanatica
cattolica mi chiedeva “una preghiera per nonno Tito l’hai fatta?” e io mi
sentivo bene a dirle di si, perché era vero.

Quando lo commemorarono alla messa dopo un mese dalla morte
(alla fine della messa il prete diceva “un pensiero al nostro Tito morto un
mese fa” e fine della storia)  vidi mia
zia avvicinarsi al prete e parlarci in modo privato. Tutti stavano uscendo
dalla sala (una ventina di persone) e io ero ancora inginocchiato sulla panca.
Lo ricordo come fosse ora, sapevo che forse non avrei dovuto guardare, ma lo
feci lo stesso, e vidi mia zia allungare una mazzetta al prete. Per giorni mi
tormentai per sapere perché mia zia aveva pagato il prete e alla fine lo chiesi
a mia madre che senza grossi giri di parole mi spiegò che se volevi sentire il
prete nominare il nome del tuo parente lo dovevi pagare.
Il giorno dopo mi ritrovai a parlare al muro dove era piazzata la bara di mio
nonno della cosa. Gli dissi che c’erano molte cose che non mi convincevano.
Sembrava che la religione non fosse tanto una cosa psicologica o spirituale,
quanto una questione economica e politica. Dissi ad alta voce che non lo sapevo
se mi ci ritrovavo, soprattutto perché i comandamenti mi sembravano scritti
male, la donna messa al paro delle cose (non desiderare la donna d’altri) e
nemmeno il “non uccidere” mi convinceva più di tanto, considerato che avevo
sentito un agnello piangere disperato prima di venir ammazzato per essere
mangiato a Pasqua e visto una mia parente ammazzare un coniglio per lo stesso
motivo. Si dimenava e provava a scappare per salvarsi ma lo uccise tagliandogli
la gola e appendendolo a testa in giù per far colare via il sangue. Ci misi un
mese per smettere di sognarlo la notte.
Oltretutto, la religione non portava altro che guerra nel mondo e la guerra
significava morte. C’erano queste questioni e mille altre. Poi mi resi conto
che stavo parlando a un muro, dentro un stanza, in un posto dove c’erano dei
cadaveri senza vita seppelliti dentro delle bare di legno. Il cimitero nel mio
paese è più grande di qualsiasi posto per l’aggregazione giovanile. È come se i
morti fossero più importanti dei vivi nel mio paese. E io mi resi conto che non
aveva molto senso parlare con i morti, quanto più avrebbe avuto senso dedicare
il tempo alle persone vive, se gli volevo bene.

Smisi di andare a messa. Dissi ai miei amici che non mi
sentivo più partecipe di questa cosa della religione e la presero ovviamente un
po’ sul personale e provarono a mettermi sensi di colpa addosso. In quel
periodo pensai ad una vita senza religione e non mi mancava affatto passare la
domenica mattina a messa, non mi mancavano quei discorsi in cui le cose sono
giuste o sbagliate senza alcuna riflessione o dibattito. Non mi mancavano le
spiegazioni dei fenomeni che andavano bene per i bambini di 3 anni fino ai
vecchietti di 90 e non mi mancava affatto quella superiorità buonista e
fastidiosa che le persone credenti hanno nei confronti degli altri. Il fatto che
si puliscono la coscienza facendo delle offerte di denaro, ma senza occuparsi
mai realmente di un problema.

In quel periodo volevo capire e mi misi a studiare tutto ciò
che trovavo. Formai la mia personalità e la mia coscienza critica. Studiai la
psicologia e capii la correlazione che c’è tra la pedofilia e il clero. Studiai
dei principi dell’economia, della politica e della storia e capii con facilità
la correlazione tra la politica e la chiesa. Tra l’impero economico del clero,
le posizioni prese nella storia dalla chiesa e quanto la religione serva a
creare un elettorato per fini politici. Scoprii con orrore che la mia insegnate
di religione percepiva uno stipendio paro a quello degli altri insegnanti senza
aver fatto un concorso pubblico e insegnando cose che non sono scientifiche, ma
solo credenze e mitologia pura. Scoprii un sacco di cose che non sto qui ad
elencare perché sarebbe troppo lungo e frustrante.

In quel periodo capii che non solo io non c’entravo più
niente con tutta quella serie di baggianate, ma anche che volevo esserne
contro, che se era una questione politica, non bastava alzare le spalle e dire
“non mi frega niente, tanto non ci credo, mi faccio i cazzi miei”.

Quindi tornai a casa e mi informai su come fare per non essere riconosciuto
dalla comunità cristiano cattolica. Spedii la lettera un mattino in cui pioveva
e mi ricordo ancora quella mattina, mi dissi che stavo facendo finalmente una
cosa per me, ero eccitato e nervoso allo stesso tempo.
Passata una settimana – oramai non andavo più a messa da tantissimo tempo –
incontrai il prete che mi disse cosa avevo fatto, che ero il primo nel raggio
di 50 km ad essermi sbattezzato e che dio mi voleva bene, di ripensarci. In
quel momento capii che avevo fatto la cosa giusta. Sapeva a malapena come mi chiamavo e non aveva mai fatto nulla per me, ero solo una pedina come gli altri. Che tutta quella
pagliacciata era solo una cosa anacronistica, insensata e nociva come un tumore
per le persone, la religione cattolica andrebbe estirpata dalla società.
Un pomeriggio mia madre mi lasciò una busta sul letto, la aprii e veniva dalla
Curia. In un italiano sdentato e antico, con degli errori ortografici al posto
dei glifi, dicevano che non ero più membro della comunità e il mio nome era
stato annotato dall’elenco.
Fui invaso da una leggerezza bellissima, uscii a farmi un giro e mi sentii
leggerissimo.

Per chi volesse sbattezzarsi, qui il link:
https://www.uaar.it/laicita/sbattezzo/

ovviamente sono disponibilissimo a chiarimenti, domande e
suggerimenti su come fare.

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