Il Cannibale

Durante le superiori passavo almeno un’ora alla settimana
fuori della porta, in quelle ore pensavo ai giri che avrei fatto nel pomeriggio
in bicicletta.
La prof di matematica, una cinquantenne inaridita dalla vita e inacidita dall’insegnamento
in un liceo di un paese in provincia, sfogava la sua frustrazione
disprezzandoci come persone, urlando se qualcuno fiatava mentre se ne stava seduta
dietro la cattedra a mugugnare ed eventualmente sbattendomi fuori dalla porta
quando temeva una minaccia alla sua autorità.

Cosa che succedeva piuttosto di frequente appunto, perché
due cose alle superiori non le ho mai capite: perché dover trattare una persona
del lei, e se la prof era nata
stronza o ci era diventata. Tuttavia, a essere sincero, non ho mai trovato
risposta a nessuno dei due quesiti, nemmeno da adulto.

Le persone che si fanno trattare del lei hanno già un piede
nella fossa. Nel 2020 come allora, che fossi un professore, possedevi una
fabbrica o eri il Papa, per me ti saresti dovuto considerare un individuo come
gli altri, o quantomeno, accettare che dei tuoi soldi, del tuo potere economico
o spirituale, riconosciuto o di cui ti sei auto investito a qualcuno potrebbe
non fregargli niente. 

In quegli anni c’era questo personaggio temuto e rispettato
da tutti. Lo chiamavano il Cannibale
e avevo sentito mille storie sul suo conto. Io non sapevo chi era Eddy Merckx e
questo soprannome, detto tra noi, mi sembrava un po’ da spaccone. Dicevano che
il Cannibale ti staccava senza pietà, che era impossibile tenergli la ruota; se
te lo trovavi in scia eri fottuto. In molti lo avevano incontrato, ma ogni
volta sentivo delle sfumature diverse: era come se nessuno lo avesse mai visto
sul serio. Eppure il Cannibale esisteva e si aggirava anche sulle salite in cui
io e il mio socio Gas ci allenavamo ogni giorno.

Il famigerato Cannibale era in realtà solo un ex-dilettante-ex ferroviere di
una quarantina d’anni che si era beccato il prepensionamento e si sparava
ventimila chilometri l’anno, ma noi non lo sapevamo, il Cannibale per tutti noi
era il temerario Cannibale, e basta.

Un giorno mentre facevamo le progressioni in salita sentii
il mio socio Gas urlare nella mia direzione “Attaccati, Frà, attaccati”. Fu
questione di un secondo e non ci pensai neppure un attimo, sapevo cosa stava
succedendo, mi buttai sulla sua ruota e pensai “a noi due, Cannibale”.

Dopo qualche minuto a una velocità forte, ma non assurda
pensai “fanculo sto vecchiaccio” e mi alzai sui pedali, provando a saltarlo.
Diedi tutto ciò che avevo nelle gambe, sparai la mia fucilata e tra noi aumentò
lo spazio, 15/ 20 metri: stavo facendo il vuoto. Pensai che lo avrei lasciato
sui pedali, ma durò poco.

Il Cannibale non si scompose, lo sentii arrivarmi da dietro,
non si mise nemmeno in scia; mi passò di fianco, mi guardò per un secondo,
ingranò una marcia e mi lasciò morto sulla strada, senza ossigeno, mentre Gas
pian piano rientrava su di me scuotendo la testa. Anche io avevo preso
bastonate dal Cannibale, ne riconobbi l’autorità.

Quando la settimana dopo venni sbattuto fuori della classe per
non essermi alzato in piedi recitando “Buongiorno” all’ingresso in classe della
prof di matematica riflettei che quel pomeriggio sarei andato a caccia del
Cannibale, ma questa volta sarebbe andata diversamente.

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