La strada del Bondon

I regali mi mettono un po’ a disagio. Non che non mi piacciano, ma non sono bravo a riceverli. Rimango come una ballerina di ginnastica artistica che sorride alla giuria dopo aver chiuso un esercizio terribile, pieno di imperfezioni. Avevo conosciuto questa ragazza di Trento e ci eravamo limonati in via del Suffragio durante una serata prima che partisse per l’Erasmus. La aspettai per mesi e quando tornò ci incontrammo davanti al Picaro. Si presentò con un regalo visto che era quasi Natale: un berretto fatto a maglia che ancora adesso utilizzo ogni tanto per correre quando fuori fa masa fret. Rimasi un attimo senza dire nulla e senza mostrare alcuna emozione particolare. Poi finalmente le chiesi se beveva qualcosa con me. Il suo regalo mi piaceva sul serio; lei mi era mancata terribilmente. Mi disse che aveva iniziato a frequentarsi con un tizio, lo disse abbassando gli occhi. Ho accennato un sorriso e ho detto “va bene” senza nemmeno contrarre le rughe del viso; dentro di me gli organi si contorcevano uno con l’altro in un maremoto acido di malessere. “Va bene” ho ribadito.

Era esattamente questo periodo delle vacanze, quando il centro è pieno di turisti in doposci ai mercatini di Natale. Sono passato davanti al tabacchino del Duomo. Non avevo un cazzo da fare. Fuori dal tabaccaio avevo sentito dire El Bondon da due signori che si riparavano dalla pioggia stretti stretti sotto a un portone. Il nome mi fece pensare a El Capitan, un posto magico della California: El Bondon.

Non avevo praticamente amici, persino piazza Dante era deserta e non volevo fumare, diluviava: ero a caccia di un’esperienza mistica. Strinsi le Nike sulle caviglie e iniziai a correre. Non conoscevo i sentieri, mi misi sulla strada principale, in salita. Sull’asfalto sporco di neve e rami tirati giù dal vento in mezzo ai pensieri confusi lavati dalla pioggia fredda. Ci misi tantissimo ad arrivare in cima e non smetteva di diluviare. A Vason passai mezz’ora sotto l’acqua mista neve con la ventina ridotta a uno straccio prima che passasse una navetta. Sulla strada del ritorno mi fermai a Candriai per vomitare per il mal d’auto e un po’ tutto il resto; camminai per la strada che mancava a piedi, di nuovo, sotto la pioggia. Quella strada piena di tornanti era pazzesca, i tornanti a picco sulla città non finivano mai.
Alla fine mi procurai l’esperienza mistica che stavo cercando. È il paesaggio a influenzare le persone o sono le persone che lo condizionano?
Per capire le persone e un posto devi prima di tutto metterti in strada. Devi macinare tanti chilometri sulle ginocchia, sotto i piedi, passare parecchie ore sulle gambe, non basta osservarlo dal di fuori.
Per entrare a far parte di un paesaggio spendi ore e ore nel processo, prima di non sentirti più inadatto a esso. A volte può risultare duro, richiede devozione, ma di solito funziona.La strada del Bondone rimane una delle strade più belle su cui ho mai corso nella mia vita.  

– scritto per la fanzine trentina Polenta Mag

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