Translagorai Classic FKT Run 2020

I giorni prima di partire ci chiediamo con le altre persone, aggiunte in un gruppo whatsapp, se valga la pena spostare la partenza per via della meteo.
Alla fine decidiamo di partire sabato sera invece che venerdì. L’unica cosa che non voglio cambiare è l’orario di partenza, ci tengo che sia la sera: non voglio fare levatacce al mattino presto e partendo con la frontale tutto ha un sapore più pionieristico. Non ha senso, ma lo trovo divertente. 

In partenza Elisa ci scatta una foto che riguarderò un sacco di volte. Si vede dalle nostre facce che siamo felici, agitati, carichi. Fa freddo, ma mi convinco che il mio abbigliamento sia adatto.
Ho una canotta termica, una tshirt e il goretex leggero di Montane. Pantaloncini Montane e scarpe SCARPA Spin Ultra ai piedi. Cappello leggero Patagonia Duckbill, frontale e berretto in lana Montane completano l’equipaggiamento, assieme ovviamente ai bastoncini Black Diamond Ultradistance.
Dentro il camelback due soft flask da mezzo litro, una lattina di red bull, svariati snickers, un pacchetto di caramelle gommose, un pacchetto di crackers, un cambio di batterie, cellulare. 

Poco prima di partire Antonio mi presta (ma non li rivedrà più) un paio di guantini perché sto congelando. 

Partiamo con un ritmo bello allegro, con Luca Forti a battere traccia. Si forma subito un gruppetto assieme ad Enrico Scanavin, Elia Vanzo e Gabriele Gallo. A tratti c’è vento freddo, un po’ di nebbia e le rocce sono bagnate. In breve arriviamo al Bivacco Aldo Moro e Luchino Forti appiccica subito un bell’adesivo. Luca Forti non ha guanti, non sente freddo, è carico e i sassi su cui io continuo a scivolare e cadere per lui sono come un sentiero corribile. Anche Enrico si muove bene e siamo stati fortunati a trovarci tra corridori che più o meno vanno dello stesso passo.

Prima di stringergli la mano in Panarotta non conoscevo nessuno dei corridori, tolto Luca. Per quanto riguarda Efrem ci siamo ricordati di esserci conosciuti prima della partenza della Ultradolomites a Cortina, in quanto io avevo dimenticato i sali e lui me ne aveva prestati prima della partenza.
Che bello il mondo dell’ultrarunning!
Ci siamo riabbracciati e finalmente l’ho potuto ringraziare per quella volta che mi ha salvato dalla disidratazione certa (era caldissimo a Cortina).

Avevo vaghi ricordi della discesa che portava a Malga Sadole come di una discesa corribile e veloce nel bosco. La avevo fatta svariate volte quando vivevo a Predazzo ed era uno dei luoghi classici in cui facevo i lunghi. Mi metto davanti a tirare, ma la discesa è tecnica, dopo due minuti siamo tutti bagnati fino al ginocchio, si attraversano ruscelli e pozze di acqua. Visto che sto tirando forte guardo il passo dell’ultimo km al bip dell’orologio e stiamo andando ai..
13 minuti al chilometro!

Arrivati a Sadole ci fermiamo un secondo. Ricarichiamo l’acqua e ripartiamo dopo nemmeno 10 minuti, tremando dal freddo. Sulla salita Luca inizia a menare forte, mi affianco.
Penso che è troppo bello essere qui questa notte, con dei nuovi amici in questa notte magica e il fatto che non ci risparmiamo: si mena forte, almeno per i miei standard; da solo non sarei andato così veloce. Mi interessa solo arrivare in fondo in meno di un giorno.

Fatto sta che Luca ed Enrico accelerano e se ne vanno.
Nella mia testa risuona ciò che avevo detto a Luca mentre guidava per il passo Rolle:
“facciamo la notte assieme dai, poi si vedrà”.
Speravo di essere io a ingranare perché sono in forma?
Si.
E invece è proprio lui a tirare fuori il bastone e menare: giusto così. Rimango al buio a camminare con Elia e Gabriele e mancano ancora un po’ di ore prima dell’alba. 

Quando arriva l’alba, nonostante sono rimasto indietro e da solo, mi fermo un attimo e realizzo che posto spettacolare è il Lagorai. Ho provato tre volte senza successo a fare questa traversata e mi sono sempre ritirato. Non so se arriverò in fondo questa volta, ma intanto voglio godermela. Cerco di stare nel presente.

Elia e Gabriele alla fine mi aspettano, e gli sarò per sempre grato. Io sono cotto come una pera, e mi riprendo un po’ al passo Manghen dove ci sono Elisa e Filo a fare foto e assistenza.
Arriva finalmente il sole quello che scalda, come piace a me, e dall’altra parte della strada ci sono Enrico e Luca che ci mandano a quel paese: sono stati fermi 20 minuti (panino e birra) e sono ripartiti solo da qualche minuto. 

Ripartiti, con Filippo che ha deciso di farsi l’ultima parte con noi (torso nudo e borraccia a mano) ho ricordi veramente vaghi. So che quando qualsiasi persona mi chiedeva come si chiamava questa o quella cima mi giocavo due nomi (“quella è la Litegosa” o “Cima Cece), ma nella realtà guardavo Elia e provavo a stargli attaccato. 


Rifugio Sette Selle: calca di turisti e i loro figli ciccioni spiaggiati sul prato. Salutiamo una signora con “dio la benedica” e mi risponde con “poveraccio”, il che è un chiaro segnale di rialzarsi in piedi e portare a casa questo maledetto adesivo. 

A Forcella Lagorai c’è Elisa e dico agli altri che voglio camminare con lei fino in fondo. Ho male ai piedi, di brutto. Gli addominali mi hanno abbandonato e sto correndo accartocciato da un po’.  Qualche intenditore mi assocerà a un corridore anziano, solo che lui le gare le vinceva.

Ci incamminiamo con calma, godendoci la discesa, praticamente fino all’arrivo, dove a pochi km c’è Federico Ravassard, fotografo di Skialper che mi chiede come sto.
Sono cotto come una pera, bollito dal sole e sbattuto dal vento freddo della notte. Ho fame ma sono nauseato dal junk food. Arriverò e arriverò sotto le 24 ore, sono in quello stato in cui solo la corsa di lunga distanza può portarti. Accenno la corsa più antiestetica degli ultimi 10 anni e finalmente vedo il parcheggio della Panarotta. 

Fischi, applausi, birrette, strette di mano e sorrisi. Luca ha fatto preparare la pasta per tutti dalla madre: eroe per sempre. Sono passate quasi 19 ore e posso finalmente togliere le scarpe e cambiarmi. Al caldo della felpa dei Riviera e poi di una giacca calda e scalzo posso finalmente mettere una X su questa traversata e ripensare a tutto ciò che è successo. 

L’ultrarunning è una cosa seria, e spettacolare. 

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