20/08/2020 Davide Ambrosini e Guido Pastore

Giovedì 20 agosto. Guido respira in maniera affannosa, io sono rilassato. Peccato che il buio avvolga il furgone dove dormiamo e ci rimangano ancora alcuni minuti prima della sveglia. I ruoli si invertiranno molto presto. Da una fessura tra gli oscuranti si intravedono le pale di S. Martino nell’oscurità; siamo al passo Rolle, punto di partenza della nostra nuova avventura: l’attraversamento della catena dei Lagorai nell’arco di 24 ore. Suona la sveglia, sono le quattro del mattino, ed iniziamo a muoverci con le frontali, come minuscole lucciole, al cospetto delle imponenti montagne che ci fanno da sfondo, per sistemare le ultime cose. Si avvicina a noi un’altra lucina e ci chiede: “Translagorai?”. Non siamo soli, a noi si unisce Amedeo. Guido fa il ritmo nel buio, oggi è leggero, divora il dislivello, cerca la strada tra le pietre, io arranco. È incredibile come nei primi minuti della nostra avventura sia racchiuso il copione delle 14 ore successive: leggerezza, salita, pietre, arrancare. La luce fa capolino da dietro le Pale mentre noi ci districhiamo in un dedalo di rocce granitiche, cosa particolare per queste zone dolimitiche. Guido, geologo, prova a spiegarmi qualcosa ma l’afflusso di sangue è destinato interamente alle gambe; capisco ben poco. Maciniamo chilometri, seppure lentamente, muovendoci prevalentemente in grandi pietraie il ritmo non è mai fluido. Con una impervia discesa arriviamo finalmente alla Baita Monte Cauriol. Amedeo ci lascia, si ferma per una pausa più lunga, mentre noi proseguiamo dopo un caffè ed aver riempito le borracce, ultima occasione per un bel po’ di chilometri. I miei piedi sono già doloranti, stanno spuntando delle vesciche. La pietraia mi ha fatto pagare il pedaggio. Sarà il caffè, saranno i primi chilometri in leggero falsopiano su una godibile carrareccia, ma mi sento rinfrancato. Abbiamo percorso quasi 30 chilometri e ci dirigiamo verso la metà della nostra avventura. Affrontiamo con un buon ritmo il passo Sadole e poi iniziano le difficoltà. Abbiamo immaginato un percorso in quota, dolce e vallonato, ma ci troviamo ad affrontare ripetute salite dalla pendenza significativa che ci portano a raggiungere piccole forcelle con altrettante ripide discese su fondo sconnesso. Non si riesce mai a far andare le gambe e la fatica si accumula. Sbuffo come una locomotiva, mi esibisco in una serie di smorfie e boccacce che sembro Pierre Rolland, celebre ciclista d’oltralpe, famoso per la sua mimica facciale quasi più che per le sue imprese sportive. Guido è impassibile, lo sbircio da sotto la visiera del mio cappellino, sembra non fare fatica. Non capisco se sia veramente troppo in forma o se semplicemente non lasci trasparire nulla; la faccia da poker della corsa in montagna. Fa caldo, l’acqua è poca e va centellinata, nonostante abbiamo con noi quasi due litri a testa, le energie piano piano se ne vanno, le vesciche sotto i piedi peggiorano. Forcella su, forcella giù, forcella su, forcella giù… Pietre, pietre, pietre, pietre. È arrivato l’uomo con il martello ed io sono finito. Cammino in maniera scoordinata fino al passo Manghen, Guido mi aspetta, mi incoraggia. Raggiungiamo la strada, mettiamo fuori il pollice ed iniziamo una fortunata sequela di autostop che ci riporteranno velocemente al punto di partenza. Sono seduto, dolorante, su una sedia da campeggio traballante e mi chiedo come ci sono finito. Se chiudo gli occhi, sopraffatto dalla stanchezza, vedo una quantità infinita di pietre scorrere sotto i miei piedi, il mio cervello si è inceppato come una puntina su un vecchio vinile troppo solcato, e ripete sempre lo stesso ripetitivo pezzo di canzone. Ho sognato, immaginato e studiato la Translagorai da diverso tempo e grazie alla sfida dell’FKT ne abbiamo assaporato l’essenza. Un percorso duro, selvaggio, isolato, autentico; una natura intatta, assoluta, avvolgente e brutale. Abbiamo vissuto un’esperienza di sport e amicizia estremamente intensa, condita da una generosa dose di fatica e pur non avendo portato a casa l’ambitissimo adesivo abbiamo portato a casa molto, compresa una promessa, come tatuata nei nostri polpacci: torneremo

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