19/09/2020 Giulio Repetto

Una domenica mattina mi sveglio e leggo di questo viaggio attraverso il Lagorai, penso subito che mi piacerebbe farlo, mando un messaggio alla pagina facebook degli organizzatori per avere qualche informazione e poco dopo mi arriva un messaggio che dice “poi ti scrivo su what’s up”. “Eh ma come fate ad avere il mio numero?” “Ma sono Paco!”. 

Inizia così il mio interesse per questa corsa, impegni, problemi, lavoro rimandano di continuo la possibilità di farla, ma poi, come accade ogni tanto a chi lascia che sia il caso a dettare un pò il proprio cammino, arriva un mite week end di fine estate e un compagno di viaggio che si rende disponibile. 

Partenza prima dell’alba, un po assonnati ma decisi passiamo  velocemente il Colbricon e attacchiamo la prima salita al buio. Dopo qualche centinaia di metri perdiamo subito il sentiero, la breve consultazione cartografica è interrotta da un tonfo secco e dalla frana che ne segue, fortunatamente distante da dove siamo noi, comunque sia il Lagorai ci da il suo benvenuto. 

Ritrovata la traccia si riparte con un buon ritmo, l’alba ci coglie in quota e illumina una distesa di rocce a perdita d’occhio. E’ uno scenario che non ho mai visto prima e non credevo esistesse in Italia, sono contento di non essere solo un pò per condividerlo e un pò anche perchè la montagna così cruda mi intimorisce, in quel momento la mia fiducia in Filippo è ancora illimitata anche se il suo “E’ una corsa dove non appoggi mai le mani” comincia a darmi da pensare. 

Proseguiamo senza problemi per un paio d’ore, di correre non se ne parla, non ci sono sentieri battuti ma si salta da una pietra all’altra. Siamo ancora freschi e carichi per cui la cosa ci diverte e così affrontiamo la prima discesa a Malga Sadole con insensato ottimismo. Qui beviamo un caffè, ricarichiamo le borracce, due da mezzo lt a testa, io ne avevo una terza da tenere in mano che non so per quale motivo oscuro, non riempio.  

Parte quella che secondo i nostri piani sarebbe stata “la seconda salita lunga prima della discesa al Manghen”, fa caldo e dopo circa un’ora siamo già quasi senza acqua. Non ci facciamo troppo caso, confidiamo in qualche sorgente ma più passa il tempo, e più ci rendiamo conto che l’acqua potrebbe diventare un problema. Nonostante tutto il morale è ancora alto, io fatico a tenere il passo di Filippo, per prender tempo scatto qualche foto, inciampo, do suggerimenti a caso sulla direzione da prendere. Un paio di volte ci sbagliamo sul serio e  per riprendere la direzione giusta perdiamo e riguadagniamo quota inutilmente. 

Però il Manghen non arriva, non troviamo sorgenti, la sete ci tormenta e la discesa corribile che porta giù al rifugio ormai è chiaro esistere solo nei nostri sogni. La realtà è tutto un susseguirsi di cime, forcellette, e ancora sassi, tanti sassi, salutiamo con gioia la vista dei primi alberi dopo dieci ore di ambiente lunare. 

Il cartello che indica ancora 3 ore al Manghen ci fa venire meno la voglia di ridere, contavamo di metterci 12/13 ore in realtà finiranno per essere 14, che per coprire una distanza di 50 km potrebbero sembrare davvero tante, ma per quanto mi riguarda visto il dislivello e la difficoltà sono più che accettabili. 

Caterina che ci fa assistenza ci viene incontro sul sentiero per comunicarci che il rifugio sta chiudendo,  la notizia ci demoralizza, avremmo voluto bere, mangiare, riposarci. Invece ci sediamo su una panca fuori, mentre si alza un vento freddo e scende il buio. Abbiamo entrambi i telefoni scarichi, siamo stanchi, un pò acciaccati, il morale sotto le scarpe. Sappiamo che i successivi trenta km sono più corribili, ma non riusciamo a superare quel momento di “down” che prima o poi arriva in una corsa così lunga. Un pò a malincuore, ma senza darci nemmeno troppo peso, decidiamo di chiuderla qui anche per evitare a Caterina che è da sola di aspettarci per  tutta la notte in Panarotta. 

Si tratta di un percorso molto affascinante, che merita di essere vissuto, dopo averla provata mi sento di dire che è veramente dura e  io che ero partito con l’idea di farla in solitaria sconsiglierei a chiunque di fare altrettanto. Non ci sono praticamente vie di fuga e per lunghissimi tratti non si incontra nessuno. 

Credo che una corsa classica su un percorso simile sarebbe impensabile, per cui questa soluzione più libera è sicuramente la migliore. 

Se ci riproverò? Sabato sera avrei giurato di no, la mattina dopo pensavo beh ora che conosciamo già un pò il percorso… 

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